L’Africa che sogna se stessa

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Se c’è un filo che traccia l’Arles di quest’anno, è l’Africa raccontata da dentro. Non il continente osservato dall’esterno, ma le immagini che le nazioni africane hanno prodotto di sé nel momento della libertà. Quattro mostre, quattro Paesi, un’unica domanda: che cosa succede a un popolo quando comincia a fotografarsi con i propri occhi?
Si parte dal Ghana. Il 6 marzo 1957, dopo oltre un secolo di dominio britannico, l’ex Gold Coast diventa il primo Stato dell’Africa subsahariana a conquistare l’indipendenza, spinto da Kwame Nkrumah e dal progetto panafricano. La mostra Ghana! Dreaming Independence 1957–1976, curata da Damarice Amao al Palais de l’Archevêché, parla di come la fotografia sia diventata strumento di costruzione nazionale: banconote, francobolli, riviste illustrate, cartoline, persino i tessuti. Accanto ai libri ormai iconici, Ghana: An African Portrait di Paul Strand (1976), The Roadmakers di Willis E. Bell ed Efua Sutherland (1961), dialogano gli artisti contemporanei, da James Barnor a Carlos Idun-Tawiah, autore anche del manifesto 2026. È un’immagine di sé costruita con orgoglio, lontana dall’iconografia coloniale e proprio per questo interessante da guardare oggi, tra fierezza, speranza e nostalgia.


Paul Strand, Samuel J.K. Essoun, Shama, Ghana, 1964
Courtesy of the Paul Strand Archive and Aperture.


Dal Congo arriva Sammy Baloji con Landscape Lens: A Katangese Crossing, all’Église des Trinitaires. Qui si parla memoria conflittuale. Baloji parte dall’Hotel Impala di Kolwezi, di proprietà del suo prozio, requisito due volte durante le guerre del Katanga, per costruire una narrazione stratificata che intreccia archivi occidentali (compreso Paris Match) e vernacolari, voci locali e fotografie contemporanee. Il tema, urgente, è l’estrattivismo: le stesse miniere che il capitalismo globale continua a spremere.


Sammy Baloji, Six Day War memorial site and cemetery, Kolwezi, Lualaba Province, 2018
Courtesy of the artist and Galerie Imane Farès, Paris


C’è poi la Costa d’Avorio di Paul Kodjo (1939–2021), alla Croisière, ne abbiamo parlato anche nell’articolo di ieri, con la sua prima grande personale in Francia. Kodjo è stato un pioniere: negli anni Settanta, con l’agenzia MAMEDIS, inventa il fotoromanzo ivoriano, commedie sentimentali pubblicate sul settimanale Ivoire Dimanche che rileggono il modello europeo, italiano in particolare,in chiave locale. È il ritratto festoso del “miracolo ivoriano”, ma anche un’educazione sentimentale per immagini, con un occhio da cinema e il gusto dell’intrigo. Molte di queste foto non erano mai state esposte.


Paul Kodjo, Abidjan, 1970s, series Les Soirées dansantes [Dance Parties]
Courtesy of Les Rencontres du Sud and in camera galerie.


Chiude l’Algeria di Katia Kameli con The Algerian Novel (A New Chapter), all’Église Saint-Blaise. Un lavoro in corso dal 2016, costruito come un film-saggio polifonico che rimette in circolo cartoline, foto di stampa, opere e oggetti popolari. Sotto la superficie affiora la memoria rimossa del “Decennio nero”, la guerra civile algerina degli anni Novanta.


Katia Kameli, Still from The Algerian Novel (A new chapter), Noweir Sawsan, 2025,
video.
Courtesy of the artist, ADAGP, Paris.


Quattro mostre sull’indipendenza politica che è stata anche, e soprattutto, una battaglia sulle immagini. E quella battaglia non è ancora finita.

Autrice: Natalia Elena Massi
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